Non era abbastanza
La Scattastorie #12
Nell’ultimo episodio parlavo di miracoli visivi, di emotività, di Afro-Americani, di cessi e di punti fermi a 9.700 Km di distanza.
In questo nuovo episodio parlo di quando cambi posto pensando che basti quello, e invece continui a vivere con il ritmo di prima, lo stesso passo, la stessa fretta, e senza rendertene conto scivoli giù, piano, nel buio totale
Buona lettura e buona visione.
Questo episodio include testo e fotografie che potrebbero non essere visualizzate interamente via email.
Per l’esperienza completa, aprite l’episodio sull’app di Substack.
OTTANTANOVE GIORNI A PANAMA
Da ritrattista a paesaggista.
Probabilmente questo sarà il mio destino se continuerò a vivere in Centro America, perché almeno due volte al giorno mi ritrovo il telefono pieno di foto di albe, tramonti o natura in generale, così senza pensarci troppo vedo uno scenario strepitoso e scatto fotografie.
Da casa guardo l’orizzonte e spesso non lo riconosco perché il blu del mare si confonde con il cielo, oppure il grigio del cielo scende nel mare. Sono colori incredibili, che non avevo mai visto nemmeno ai tempi del liceo artistico quando avevo la mia valigetta composta da innumerevoli pastelli Faber Castell.
A forza di guardare fuori dalla vetrata mi sono resa conto che ho imparato a rallentare.
Ma questa cosa l’ho capita dopo. Perché mentre la stavo vivendo, in realtà, la mia mente e il mio corpo non erano rilassati per niente, erano tesi e sempre in allerta. Quando cambi posto ma continui a vivere con il ritmo di prima penso sia una cosa comune, è fisiologico, può succedere a chiunque.
Capire cosa ci nutre davvero non è automatico. Spesso continuiamo a scegliere ciò che ci consuma solo perché lo conosciamo meglio, per abitudine. A volte mi complico l’esistenza solo per restare fedele a un’idea di me stessa che mi ero costruita tempo fa e che forse, adesso, non mi somiglia più, o se mi somiglia è satura. Non ho più bisogno d’abitare l’idea di me stessa che mi ero costruita.
Panama questa cosa me l’ha fatta vedere chiaramente, senza tanti giri me l’ha sbattuta in faccia, facendomi anche passare giornate di buio totale. E va bene così, è giusto così, è la vita che funziona così, o per lo meno la mia vita.
Mesi fa quando vivevo in Italia scattavo ritratti. Dirlo al passato questo verbo “scattavo” mi fa un certo effetto devo dire. Poi guardo la galleria del telefono e mi accorgo che non fondo più la luce con i volti o con i corpi, ma con il cielo e con l’oceano. E lì capisco che ho trovato un altro modo per parlare di me stessa attraverso le immagini.
Quindi alla fine non è tanto importante cosa ritrai.
È come lo ritrai.
Potrebbe essere una frase fatta ma è ciò che mi è uscito così di pancia mentre ripercorrevo mentalmente le sensazioni visive e fisiche sia nel fotografare che a riguardare le fotografie, i colori e tutta quest’abbondanza che mi circonda.
La mia raccolta di fotografie nasce, per lo più, dal balcone di casa.
LA SCATTASTORIE
Ho scritto di una donna che parla durante una seduta di psicoterapia.
Racconta un tradimento, ma il punto non è quello.
Il punto è quando capisci di aver visto tutto e di essere rimasta.
**Il racconto è tratto da una storia vera, la mia.
NON ERA ABBASTANZA
Sono andata dalla psicologa perché stavo male, era uno di quei mali che non sai bene dove mettere, che se lo racconti in giro sembra pure che esageri, perché alla fine non è morto nessuno, non c’è stata una tragedia ufficiale, però tu dentro senti che qualcosa si è spostato e te lo vivi come un malessere profondo. Il nostro benessere interiore, non sempre dipende da un fattore esterno, perché il male può nascere dalle viscere.
Mi sono seduta e lei mi ha guardato senza fare quella faccia lì che ti rassicura. Ha fatto una faccia normale. E già quello mi ha dato fastidio, perché io ero lì che stavo malissimo e lei sembrava una persona a cui la vita stava andando avanti lo stesso, e questa cosa, quando stai male, è insopportabile.
Mi ha solo detto:
«Da dove vuoi partire?»
E io ho iniziato a parlare, come sempre. Ho detto che il mio fidanzato mi ha tradito, poi ho aggiunto che non con una qualunque, ma con la mia migliore amica, poi ho aggiunto che non gliel’ho mai detto, poi ho aggiunto altre cose, perché io aggiungo sempre, come se la precisione potesse rendere il dolore più presentabile.
Mentre parlavo mi rendevo conto che stavo raccontando una storia che suona quasi incredibile, una di quelle che quando la dici qualcuno ti risponde “no vabbè, assurdo”, e invece era tutto molto ordinario. Era successo senza drammi, senza un prima e un dopo chiaro. Ed è questo che mi ha fatto più male, credo: il fatto che non ci fosse un momento preciso da odiare, niente su cui concentrare la rabbia, nessun giorno sospetto da dire ecco potevo accorgermene prima.
A un certo punto lei mi ha interrotto, piano, e mi ha chiesto:
«Cosa ti fa soffrire davvero?»
Non chi, non come, ma cosa.
Ho capito che non era tanto il tradimento. Era il fatto che io mi ero sentita stupida, non ingenua, che è una parola gentile, stupida, quello che pensa di essere in due e invece, a un certo punto, scopre che stava tenendo in piedi tutto da sola.
Le ho detto una cosa che mi è uscita senza pensarci troppo:
«Secondo me loro avevano una presunzione che io non ho.»
Lei mi ha chiesto di spiegare, e mentre spiegavo mi sentivo sempre più a disagio, perché stavo dicendo cose che non mi piacevano, ma che erano vere.
«La presunzione di ottenere tutto ciò che volevano, avevano questa consapevolezza addosso e se ne approfittavano del mondo intero.»
Lo dicevo come una cosa che a un certo punto vedi e basta, come quando guardi qualcuno e capisci che non si sta facendo tutte le domande che ti fai tu, che non sta lì a misurare ogni gesto, ogni parola, ogni conseguenza possibile, che se vuole una cosa la prende e se deve decidere decide, senza tutta quella prudenza che io invece ho sempre scambiato per profondità, perché io l’amore l’ho sempre trattato come una cosa delicata, da non rovinare, da non forzare, come se bastasse un movimento sbagliato per far saltare tutto, e allora stai attenta, stai composta, stai educata, stai a spiegarti, a capire, a giustificare, e intanto l’altro va avanti, fa la sua vita, prende spazio, mentre tu sei ancora lì a chiederti se è il caso o no di muoverti.
A un certo punto lei mi ha chiesto:
«Che risposte stai cercando davvero dal tuo fidanzato?»
E lì ho smesso di raccontarla bene, perché la risposta non era bella.
Stavo cercando una risposta che mi sollevasse dalla responsabilità di scegliere, una presa di posizione netta. Ho sempre aspettato che fossero gli altri a chiudere, a ferire, a fare il gesto irreversibile. Come se andare via fosse una colpa più grande che restare in una cosa che ti riduce a uno straccio.
Parlando mi sono resa conto che negli ultimi mesi avevo accettato un sacco di cose che mi avevano fatto sentire minuscola. Battute e sguardi che mi facevano sentire di troppo o troppo poco, ma soprattutto troppo poco, troppo brutta, meno della sua ex, una specie di vergogna da portare in giro, una da rendere presentabile, come se di me fossero buoni solo i vestiti e i capelli, e anche quelli finché li sceglieva lui, finché decideva come dovevo vestirmi, come dovevo tagliarmi i capelli, come se il problema fossi sempre io e non il fatto che non mi voleva davvero così com’ero. Il modo in cui a volte mi parlava, come se fossi fragile, poco desiderabile, poco amabile e io che ridevo, io che minimizzavo, io che mi dicevo che l’amore è complesso, che bisogna capirsi, che non si può pretendere tutto.
La psicologa, a un certo punto, mi ha chiesto una cosa che mi ha fatto stare zitta:
«In questo momento vuoi accompagnare la tua vita verso il tuo amor proprio?»
Ho capito che no, non lo stavo facendo, stavo accompagnando una relazione che non c’era più, stavo accompagnando l’idea di essere scelta, anche quando i fatti mi dicevano il contrario e intanto la mia vita era ferma lì, in attesa di una risposta che non sarebbe mai arrivata.
Poi abbiamo parlato di valori, ma senza farne un discorso alto, più una cosa terra terra. Tipo: ma tu, quando un tuo valore viene calpestato, che fai? Lo difendi o lo spieghi? Perché io mi sono accorta che spiego sempre. Spiego perché ci resto, spiego perché non è grave, spiego perché posso capire, spiego così tanto che alla fine mi convinco da sola che va bene così.
A un certo punto mi è diventato chiaro che il tradimento non era stato un evento improvviso era stato l’ultimo punto di una frase che io avevo già letto, ma avevo deciso di non capire, perché capire avrebbe significato andarmene prima e io non volevo andarmene, volevo essere scelta.
Quando la seduta è finita non stavo meglio, non mi sentivo più forte, non avevo capito cosa fare dopo, però avevo smesso di raccontarmela, perché la verità è che avevo visto tutto da tempo, solo che avevo deciso che non era abbastanza grave da reagire, che potevo reggere ancora, che non valeva la pena fare casino.
Il fatto di essermi trattenuta sapendo, di essermi fatta piccola pur di restare, mi ha fatto più male del tradimento in sé, perché il tradimento l’hanno fatto loro, ma restare zitta l’ho fatto io.
Almeno questa volta non stavo cercando di renderla una frase intelligente, era solo quello che era.
E adesso, dopo esserci immersi in questa profonda storia d’amore parte la musica dalla vibrazione giusta.
Mi chiamo Giulia Bianco, sono una fotografa, ma prima ancora sono una che ha sempre amato intersecare passioni: leggere, scrivere, meditare, dipingere..
Ho creato La Scattastorie per intrecciare tutto questo in uno spazio intimo e vivo. Dove una foto diventa racconto, una memoria si trasforma in visione.
La mia newsletter arriva due sabati al mese, alle 7:00 del mattino: il tempo giusto per un caffè americano.
La Scattastorie non sarà solo una newsletter ma anche una community aperta a tutti.
Se anche tu sei un/a creativo/a sarò felice di conoscerti, quindi non esitare a scrivermi.
A presto
Un caro saluto
Giulia












È stato bellissimo leggerti anche di pomeriggio dopo una giornata di lavoro pesante in compagnia di una tisana, a presto cara Giulia e le tue foto come sempre sono meravigliose. Ciao
Mi mancavano le tue parole e le tue immagini. Sono felice.